venerdì 25 marzo 2016

La raccolta differenziata e la tariffa puntuale non bastano




Coordinamento Regionale Umbria Rifiuti Zero


Incrementare la Raccolta Differenziata dei rifiuti con il Porta a Porta spinto, va bene come va bene l’applicazione della TARIFFA PUNTUALE, ma da come viene nominata e descritta sia nel recente ddl regionale che nella relazione tematica del PD umbro pubblicata in questi giorni e portata in partecipazione nei circoli, essa sembra il rimedio di tutti i mali:
COSI’ NON E’.
La tariffa puntuale (il cittadino paga in proporzione ai rifiuti indifferenziati prodotti) è il punto di arrivo di un percorso in cui la raccolta differenziata fatta benecomporta sia RISPARMI per il minor smaltimento in discarica che GUADAGNI per la vendita delle materie prime seconde recuperate. Solo così il servizio di raccolta consentiràuna significativa riduzione della TARI per il cittadino.
Invece così come è annunciata, la tariffa puntuale sembra essere un modo per far pagare di più i cittadini, e così sarà se la raccolta differenziata avrà alte percentuali di scarti e se a gestire i rifiuti saranno società private che tenderanno a capitalizzare il ricavato della vendita delle materie recuperate.
Il Coordinamento Regionale Umbria Rifiuti Zero mette a disposizione le proprie competenze affinché il nuovo Piano Regionale dei Rifiuti si dimostri davvero uno strumento utile a trasformare l'attuale gestione dei rifiuti in un ciclo virtuoso che si concluda con la TARIFFA PUNTUALE, il modo più equo di pagare il servizio.

Coordinamento Regionale Umbria Rifiuti Zero

sabato 20 febbraio 2016

Rifiuti, la giunta gioca a scaricabarile e intanto le discariche si riempiono

Mentre il PD umbro si interroga sulla definizione di “monnezza”, gli umbri che abitano in zona discariche e inceneritori e cementifici, forse a causa di miasmi tossici e percolati vari, almeno su questo punto, non hanno dubbi.

Ora sarebbe molto utile che il partito di governo regionale, una volta chiarita bene la definizione di monnezza, intraprendesse con decisione la strada della raccolta differenziata col metodo porta a porta, come annunciato all’ultima conferenza stampa, per raggiungere una raccolta differenziata “non inferiore al 72,3% per l’anno 2018”. Ammesso che questo avvenga in tempi rapidi, sarebbe interessante sapere fin da oggi come la giunta intenderà gestire sia il materiale raccolto in modo differenziato (carta, organico, vetro, plastica, metallo) che quello indifferenziato.

Infatti, quello che ci preoccupa non poco sono le frasi mezze dette dall'assessore competente, tra una risatina sorniona e una spalluccia impertinente fatta al giornalista di turno. Pare infatti che invece di massimizzare il recupero di materia, come peraltro indicato chiaramente dalle arcinote direttive europee, ci sarebbero in ballo quantitativi di rifiuti da incenerire probabilmente a Terni ACEA o in Toscana (non si capisce se differenziati, scarti della differenziata, indifferenziati tal quali o trasformati in CSS), quantitativi cioè che finirebbero in parte nei polmoni di cittadini sotto forma di veleni, e in parte in discarica sotto forma di ceneri (sperabilmente classificati come rifiuti speciali)

Come CRURZ abbiamo chiesto un incontro con la presidente Marini proprio per conoscere questi dettagli ma la presidente si è negata e ci ha invitato a parlare di rifiuti con l’assessore Fernanda Cecchini. Quest’ultima non ha ancora ufficialmente risposto alla nostra richiesta, ma incontratala “per caso” al convegno rifiuti del 5 febbraio scorso ci ha detto che ci riceverà solo dopo aver smaltito le oltre 250 richieste precedenti alla nostra… e intanto le discariche si riempiono…

Coordinamento Regionale Umbria Rifiuti Zero










Coordinamento Regionale Umbria Rifiuti Zero 


domenica 31 gennaio 2016

Rifiuti, «inceneritori bloccano differenziata» Ma mancano centri di compostaggio per l'umido



«Gli inceneritori funzionano solo a pieno regime, altrimenti diventano antieconomici, il rischio quindi è che il porta a porta venga rallentato», denuncia Rifiuti Zero. Intanto sono solo nove i centri di compostaggio funzionanti, capaci di smaltire poco meno del 20% dell'organico prodotto











«I termovalorizzatori, due o sei che siano, condizionerebbero negativamente tutta la gestione dei rifiuti in Sicilia per decenni e impediscono di parlare delle vere e possibile alternative». Rifiuti Zero, l'associazione ambientalista che predica il verbo della differenziata, snocciola dati per spiegare perché gli impianti di incenerimento chiesti dal governo nazionale e accettati, dopo qualche iniziale resistenza, da quello regionale, rappresentano un male per la Sicilia.
Sono 700mila le tonnellate di rifiuti da trasformare in cenere, cioè circa il 30-35 per cento della spazzatura prodotta nell'Isola. Ed è innanzitutto questo numero che, secondo l'associazione, rappresenta un grosso limite. «Nel piano regionale dei rifiuti recentemente reso pubblico - spiega il presidente regionale Danilo Pulvirenti -, insieme ai termovalorizzatori, si parla anche di politiche di riduzione a monte, cioè case per il compostaggio, isole ecologiche e porta a porta. Le due cose non possono stare insieme, perché se davvero miglioreranno queste pratiche, la quota di rifiuti da smaltire diminuirà sensibilmente, e allora 700mila tonnellate non saranno più il 30-35 per cento, ma rappresenteranno il 40-45 per cento». Perché questo cambiamento può diventare un problema? «Se un termovalorizzatore è costruito per bruciare 350mila tonnellate deve funzionare a pieno regime, altrimenti diventa antieconomico. Di conseguenza il rischio è che i Comuni siano costretti a tirare il freno a mano sulla differenziata, per consentire agli impianti di avere sufficiente combustibile, cioè carta e plastica da bruciare, perché sono proprio questi i materiali che finiranno nei termovalorizzatori, oltre ad altri rifiuti anche pericolosi che portano alla formazione delle pericolosissime diossine».
Due mondi insomma, quello degli inceneritori e quello delle politiche di riduzione a monte, che sono stati incastrati insieme nel piano regionale dei rifiuti, ma che confliggono tra loro. In più, fa notare Pulvirenti, resterebbero alti i costi sulle spalle dei Comuni. «Bruciare una tonnellata di spazzatura costa tra i 100 e i 120 euro, prezzo che non si discosta molto da quello per conferire in discarica. Ovviamente ad arricchirsi sarebbero sempre i privati che in più guadagnano tramite il meccanismo degli incentivi che dovrebbero andare alle energie rinnovabili e invece sono destinati alle assimilate, cioè anche agli inceneritori. Bisognerebbe modificare la normativa, basterebbe eliminare la parolaassimilate».
Un ruolo fondamentale nel progetto di Rifiuti Zero è svolto dall'impiantistica. Non certo inceneritori, macentri per il compostaggio. La frazione umida rappresenta circa il 40 per cento di tutta la spazzatura prodotta in Sicilia. Secondo gli ultimi dati contenuti nel piano regionale, se la differenziata raggiungesse il 65 per cento, ci sarebbero 1 milione 84mila 700 tonnellate di rifiuto umido da mandare nei centri di compostaggio. Impianti che però al momento non esistono in numero sufficiente. Quelli esistenti e funzionanti - in totale nove, di cui due privati e sette pubblici, sparsi tra Palermo, Catania, Agrigento, Trapani ed Enna - riescono a smaltire appena 193mila tonnellate.Nei prossimi quattro anni quindi è prevista la realizzazione di impianti capaci di trasformare oltre 900mila tonnellate di umido. «Considerando che il costo di conferimento in un centro di compostaggio è di circa 85 euro a tonnellata, i Comuni comunque risparmierebbero rispetto alle spese della discarica o del termovalorizzatore. In più - conclude - quello che resta dalla differenziata sarebbe rivenduto ai privati. Per una tonnellata di carta si ricavano 200 euro, per la plastica 250 euro, per l'alluminio anche 400 euro. Il giro d'affari delle materie post consumo è da capogiro».
Eppure i segnali positivi non mancano. «Il governo Renzi sembra dissociato - spiega il presidente di Rifiuti Zero -, perché da un lato parla di termovalorizzatori, dall'altro, nel collegato ambientale alla finanziaria nazionale inserisce una forte e positiva semplificazione delle norme: ai sindaci è permesso di implementare nuove iniziative. Ad esempio agriturismi o ristoranti potranno fare compostaggio, cosa che fino a ora era riservata alle utenze domestiche, e in cambio il Comune può prevedere sgravi fiscali. O ancora dentro le isole ecologiche possono nascere zone per il riuso e lo scambio dei materiali ingombranti, come sedie ed elettrodomestici, azioni che possono essere affidate anche ad associazioni. Cose semplici ma fondamentali in termini di partecipazione della cittadinanza, come a Ferla». Il Comune siracusano è un esempio virtuoso per le sue innovative politiche sui rifiuti. «Crocetta perché non chiede al sindaco di Ferla come ha fatto? - continua Pulvirenti - È anche del suo stesso partito, il Pd. Invece non c'è confronto, né con gli amministratori locali, né con le associazioni. Avevamo suggerito un tour tra le realtà vituose dell'Isola, perché non è vero che noi siciliani abbiamo la lebbra o rifiutiamo le buone pratiche e tante esperienze positive lo dimostrano».

fonte: meridionenews.it

venerdì 29 gennaio 2016

Incontro sul tema rifiuti in Umbria

VERSO LA MANIFESTAZIONE DEL 14/2
Per capire chi comanda sui rifiuti in Umbria. Chi dovrebbe controllare ed è invece complice silente.
Ne parliamo con chi ogni ...giorno lotta contro inceneritori e discariche. Dall'Umbria al Lazio gli stessi signori dei rifiuti.
CHIUDERE GLI INCENERITORI, UNICA SOLUZIONE!



martedì 19 gennaio 2016

Differenziata, la strana storia del vetro


Nel 2013 il 55% di quello raccolto in Umbria è stato trasportato fuori regione. Il CoReVe: «I rifiuti devono seguire il miglior prezzo»

http://www.umbriaon.it/2015/wp-content/uploads/2016/01/riciclo-vetro.jpg

Tanto antico quanto prezioso, ieri come oggi il vetro è uno dei materiali più lavorati nella storia dell’uomo. Eco-compatibile per eccellenza, può essere riciclato infinite volte e diventare, alla fine del ciclo, una nuova risorsa. Così accade o, dovrebbe accadere, anche in Umbria dove, a differenza della plastica, esiste un centro di recupero e avvio al riciclo, la società cooperativa Vetreria Piegarese, di cui fa parte anche la Eurorecuperi aderente al consorzio nazionale del vetro CoReVe.
In Umbria Così uno si aspetterebbe che tutto il vetro raccolto in Umbria finisse lì, a pochi chilometri di distanza da dove viene raccolto e differenziato. E invece scorrendo il report ‘Rifiuti urbani’ dell’Arpa per il 2013 si nota che, per l’anno preso in considerazione, sono state raccolte in modalità monomateriale 13.761 tonnellate di rifiuti in vetro di provenienza urbana, ma l’azienda di Piegaro ne ha ricevute solo 6.124 tonnellate, circa il 44,5 per cento del totale raccolto in Umbria. Il resto, dunque, è andato fuori regione.
Il ciclo del vetro In quasi tutta l’Umbria, soprattutto nei Comuni degli Ati 2 e 4, il vetro viene solitamente raccolto in modalità multimateriale, cioè assieme a plastica e lattine. Dopo le prime operazioni di separazione, confluisce per la gestione agli stessi impianti cui viene conferito il vetro monomateriale. Superata questa fase, le strade del vetro diventano davvero infinite.
Negli Ati Il vetro raccolto nell’Ati 1, proveniente da Città di Castello e dintorni, ad esempio, ha seguito quattro diversi flussi. Il 56% è stato conferito in due impianti fuori regione, all’Andolfi in provincia di Forlì-Cesena e alla Ecoglass in provincia di Vicenza. Il 12% è stato portato al centro di recupero CoReVe a Piegaro. Dall’impianto di stoccaggio di Ponte Rio, a Perugia, tutto il vetro raccolto nell’Ati 2, 5.069 tonnellate, è stato portato in due centri di recupero CoReVe fuori regione: il 65% a Vicenza e il 35% a Firenze. Il vetro raccolto nell’Ati 3, Spoleto, Foligno e dintorni, è invece stato portato a Piegaro, mentre per quello dell’Ati 4 solo il 66% è rimasto nel territorio. Il resto è stato trasportato prima a Viterbo, per il recupero, e poi di nuovo a Piegaro.
Trasporto Un traffico alquanto insolito, dunque, soprattutto se si considera la pesantezza del materiale e i conseguenti costi di trasporto a carico delle aziende che, dai gestori, ricevono e pagano a tonnellate il vetro differenziato e lo avviano poi al riciclo. Senza contare i costi indiretti per l’ambiente, in termini di inquinamento, se, ad esempio, da Perugia il vetro fa circa 390 chilometri per arrivare a Vicenza o 144 per giungere a destinazione nella provincia di Forlì-Cesena. Come mai, allora, più della metà del vetro raccolto in Umbria finisce fuori regione?
Il CoReVe Circa l’80 per cento dei comuni italiani ha aderito, nel tempo, al CoReVe, il consorzio che dal 1997 si occupa della raccolta, riciclo e recupero dei rifiuti di imballaggio in vetro prodotti sul territorio nazionale e che opera all’interno del Conai, il Consorzio nazionale imballaggi. Per la raccolta del vetro, il CoReVe firma una convenzione con il Comune che solitamente, a sua volta, delega il gestore della raccolta a occuparsi del ritiro dei rifiuti e garantire l’avvio al riciclo. La quantità di vetro che viene poi conferita effettivamente a ogni centro di recupero è quella stabilita nelle aste bandite dal CoReVe. Come ogni asta, il vincitore risulterà essere quello che propone il prezzo più basso per la raccolta e il trasporto del vetro. Un costo che, necessariamente, deve tenere conto anche del trasporto oltre che della qualità e della pulizia del vetro riciclato negli impianti di stoccaggio.
Miglior prezzo «Quello che a voi sembra strano – spiega l’ingegner Massimiliano Avella del CoReVe – è in realtà un diktat dell’Antitrust italiano: i rifiuti devono seguire il miglior prezzo di aggiudicazione». Dal 2009, infatti, gradualmente il consorzio si è dovuto adeguare alla normativa e si è avviata la trasformazione del sistema di gestione che prima si basava sulla prossimità degli impianti, passando a un sistema che privilegia il prezzo di aggiudicazione del materiale. «Un sistema che si basa solo sulla prossimità ora sarebbe passibile di azioni legali. Ovviamente chi sta più vicino – prosegue Avella – dovrebbe essere in grado di fare un’offerta migliore rispetto a chi sta più lontano, perché i costi di trasporto vengono abbattuti».
Qualità Ma allora la questione riguarda la qualità del materiale raccolto? «I motivi alla base del fatto che il vetro esca dalla regione possono essere molteplici. Può darsi, ad esempio, che l’impianto umbro si trovi a dover coprire un fabbisogno di materiale ma che, al momento, non ci sia disponibilità di vetro raccolto localmente nelle aste in corso. Oppure può darsi che l’azienda conosca bene il tipo di materiale e, soprattutto, la qualità dello stesso, per cui non ne voglia prendere più di un certo quantitativo. A memoria – prosegue Avella – mi risulta che Gesenu non sia scevra da problemi di qualità. Sarebbe opportuno migliorare la raccolta in partenza, per rendere più appetibile il materiale da riciclo».
‘Rifiuti Zero’? La realtà è dunque questa. In un’ottica di raccolta differenziata e riciclo, volti a diminuire l’inquinamento e l’impatto dei rifiuti e considerato anche che il programma elettorale della coalizione che ha vinto le elezioni e guida oggi la Regione fa esplicito riferimento al rinnovamento del Piano regionale in chiave ‘Rifiuti Zero’, sembra assurdo che il vetro raccolto in Umbria finisca a 400 chilometri di distanza piuttosto che a pochi passi da dove viene raccolto. «Le leggi del mercato impongono che sia il minor costo e non la vicinanza a regolare il traffico di vetro da nord a sud Italia. L’unica gestione efficiente, efficace ed economica – conclude Avella – non può che essere quella al minor costo. E l’unico modo per ovviare al problema è intervenire a monte. Cioè organizzare una raccolta differenziata più precisa, di qualità e in quantità. Solo così, passando dal multimateriale al monomateriale, verrà a costare di meno al cittadino e il vetro sarà più appetibile sul mercato».